Ancora Balcani, ancora Jugoslavia. Per la prima volta in tardo autunno e per la prima volta con la partenza dal profondo sud della Serbia. In una zona lontana da ogni rotta turistica e che solitamente promette inverni rigidi e piovosi.

L’aeroporto di Nis restituisce subito il ricordo dell’epoca socialista: piccolo e fatiscente lontano da ogni standard di modernità e con i servizi ridotti allo stretto necessario.
La città invece è una macchina del tempo, un piccolo spaccato di Jugonostalgia.

C’è di tutto: l’antica fortezza con le iscrizioni arabe, le chiese ortodosse, un campo di concentramento nazista, le torri turche e il profumo dei Cevapci per strada.

NIS-CONFINE SERBO/KOSOVARO

“Il Kosovo è Serbia”, la scritta che non manca mai sui muri serbi, questa volta è quasi nascosta, sul perimetro di un centro sportivo che incontro poco dopo la mia partenza. Le prime pedalate sono fredde e subito in salita, per rifiatare mi fermo al Bubanj Park ad ammirare l’imponente monumento che commemora i caduti serbi della seconda guerra mondiale.

 

Bubanj Memorial Park

 

Il sole scompare oscurato dalla nebbia e la temperatura precipita a tre gradi, alcune donne vendono i prodotti del loro orto accanto alla strada e i primi cani randagi cominciano a girare attorno alla bicicletta. Seguo strade secondarie che spesso diventano sterrate, attraverso piccoli borghi quasi disabitati finché la nebbia scompare e comincio a vedere le prime montagne all’orizzonte.

Monumento partigiano nella campagna serba.

 

Attraverso un piccolo altipiano erboso e accanto ad una casa diroccata trovo solitario un vecchio monumento partigiano. Una gigantesca stella rossa sbiadita che sembra caduta quasi per sbaglio in questo luogo così remoto. Ritorno sulla strada principale, trovo una piccolo villaggio dove rifornirmi per i prossimi chilometri e per la notte. La strada ora sale più decisa, attraverso boschi silenziosi, dove scorgo solo cataste di legna e vecchi cartelloni in cirillico.

La prima notte in tenda nei pressi della dogana Kosovara.

 

E ormai buio quando giungo al termine della salita, che coincide anche con il confine Serbo/Kosovaro, chiedo al poliziotto il permesso di campeggiare lì attorno e mi viene concesso uno spazio non troppo dignitoso, ma data l’ora mi devo accontentare.

CONFINE-PRISTINA

La dogana tra Serbia e Kosovo ha sempre il suo fascino, almeno dal punto di vista geopolitico. Il poliziotto serbo verifica scocciato le mie generalità, quello kosovaro prima di timbrare il passaporto si premura che io sia in possesso anche della carta di identità nel caso volessi rientrare in Serbia durante il viaggio. La Serbia, infatti, non mi riaccetterebbe se mi presentassi alla dogana con il timbro di Pristina sul passaporto.

Primo sterrato sotto le mie ruote

 

Una discesa a tratti ripida, mi accompagna per diversi chilometri, imbocco poi uno sterrato in salita dalle pendenze improponibili e dal fondo molto fangoso. Devo spingere per qualche chilometro la bicicletta, per poi proseguire su fondo ghiaioso ed infine tornare sull’asfalto.

Ho attraversato una zona collinare, molto rurale dove i pochi villaggi sono tutti molto isolati e il traffico è completamente assente. Fino a quando non mi immetto su una strada percorsa da molti camion dove trovo anche le prime indicazioni per Pristina. In cerca di un minimo di respiro devio su una mulattiera che corre tra la statale e il lago Badovac. Uno specchio d’acqua particolarmente sofferente a causa della siccità.

Quel che rimane del lago Badovac

 

Ritorno sulla mia via e prima di raggiungere la capitale mi fermo a Gracanica per visitare uno dei tanti monasteri ortodossi “rimasti” in territorio Kosovaro. Eretto nel 1321 sulle rovine di una chiesa duecentesca è ora adibito a convento e ha un forte valore sia religioso che politico per gli ortodossi serbi.

Il monastero di Gracanica a pochi chilometri da Pristina

 

Da Gracanica a Pristina è un continuo saliscendi attraverso grattaceli in costruzione, moschee e viali alberati. La capitale è lontana dai canoni di città turistica, ma con un po’ di pazienza e amore per queste terre ci si può svagare nell’ammirare il monumento dedicato a Bill Clinton, la via Garibaldi o la statua del primo presidente Rugova. I finanziamenti Turchi e Statunitensi hanno contribuito a costruire una metropoli di palazzi e ristoranti, ma senza un’anima kosovara.

PRISTINA-RASKA

Appena lasciata Pristina vengo superato da alcuni blindati Eulex (missione europea in Kosovo) e da alcune camionette dei carabinieri italiani. Li ritroverò alcune ore dopo sul ponte di Mitrovica, città in territorio kosovaro, ma con una forte presenza serba soprattutto nella parte settentrionale. Se ne stanno da circa 20 anni sul ponte simbolo della divisione di questa città, vigilano su una pace sempre in bilico nonostante lo scorrere del tempo.

Il ponte di Mitrovica con i carabinieri Italiani

 

Una volta giunto nel versante nord, vengo avvolto dall’orgoglio serbo, che si manifesta con migliaia di bandiere nazionali appese ovunque, anche con i cartelli stradali che tornano ad essere scritti pure in cirillico. Mi addentro nella campagna kosovara, seguendo la via che attraverso una salita mi dovrebbe riportare in Serbia.

Mitrovica Nord, Kosovo

 

Malauguratamente vengo fermato ad un posto di blocco della polizia Kosovara e mi viene vietato di proseguire, dicono che la strada è aperta per i pochi residenti della montagna e che non c’è dogana per poter entrare regolarmente in territorio di Belgrado.

Il posto di blocco sulla strada per Novi Pazar.

 

Un po’ deluso giro la bicicletta e proseguo verso Nord alla ricerca di un confine valicabile. Ci vogliono 40 chilometri per raggiungere il posto di frontiera di Jarinje, ci arrivo col buio, ma non mi sfugge l’importante presenza di polizia Kosovara, quella di alcune mezzi dell’ ONU e dei blindati che mi avevano superato al mattino

Arrivo a Raska che è già buio da un pezzo

 

Alle dogane (distanti non più di dieci metri l’una dall’altra) devo mettere in atto il giochino dei documenti, che mi consente di attraversare il confine senza sorrisi, ma in tranquillità. Al controllo Kosovaro mostro il passaporto, dopo pochi istanti al poliziotto serbo mostro la carta di identità, con la quale posso entrare. Al contrario un passaporto con timbro kosovaro non sarebbe stato accettato e mi avrebbero probabilmente creato problemi.

RASKA-SJENICA

 

Raska si trova a circa dieci chilometri dalla frontiera serba, arrivandoci con il buio, la sera precedente avevo scorto solo alcuni alberghi chiusi e qualche benzinaio sulla via principale, la stessa che devo percorre io per raggiungere Novi Pazar. Mi trovo in una delle regioni più fredde della Serbia, ma anche l’unica a maggioranza mussulmana, così quando raggiungo la piccola cittadina mi trovo immediatamente catapultato nell’impero ottomano, con la fontana nella piazza principale, il muezzin che chiama i fedeli alla preghiera, le case di legno con i terrazzi sporgenti e il profumo di caffè che esce dai bar.

Il cuore di Novi Pazar

 

A fare da contrappeso a tutto ciò c’è la mia prossima destinazione, Sopocani. Località di montagna con uno splendido monastero ortodosso. Sorto in una zona molto isolata dopo aver sofferto un lungo periodo di abbandono è stato in seguito restaurato ed è ora inserito nella lista dei patrimoni dell’Unesco.

Monastero di Sopocani

 

La mia giornata prosegue in salita ancora per qualche chilometro. Poi una volta giunto al passo mi trovo di fronte ad un altipiano verde punteggiato di animali al pascolo, poche abitazioni e una moschea. La strada diventa sterrata per alcuni chilometri, attraverso piccoli borghi, steppe desolate e continui saliscendi. Raggiungo Sjenica quando è già buio.

SJENICA-DONJA STRMICA

Partenza nella nebbia e con 4 gradi, la salita riscalda il fisico e aiuta a sopportare il freddo. Dopo pochi chilometri il cielo si apre, il sole intiepidisce e illumina il paesaggio tutt’attorno. Pinete, rifugi, qualche impianto sciistico in attesa della neve, poche auto e le prime chiese ortodosse dopo tanto tempo. Lunga discesa verso Nova Varos, e poi giù ancora fino al Pocpecko Jezero, dove la giornata ritorna autunnale.

In direzione di Priboj.

 

Pedalo sulle rive di questo bel lago fino Priboj, vivace cittadina di confine, e da qui costeggiando il fiume Lim raggiungo il punto di frontiera di Uvac. Il motel poco prima della dogana mi aveva ospitato alcuni anni fa quando ero diretto a Visegrad. Ora la mia direzione è un’altra, superati i controlli frontalieri proseguo sempre parallelo al fiume. Pochissime case o centri abitati, man mano che la strada si alza rispetto al livello dell’acqua mi accorgo che la zona è sempre più isolata.

Attenzione mine.

 

Decido in un primo momento di dormire nel bosco, ma alcuni cartelli che segnalano la presenza di mine, mi dissuadono dal farlo, così nonostante il buio continuo fino ad un piccolo borgo di poche abitazioni. Chiedo di poter mettere la tenda in un prato, ma con mia grande sorpresa e piacere mi viene offerto di dormire in moschea.
Approfitto dell’occasione, mi rendo conto che questo tipo di disponibilità non si trova a tutte le latitudini e danno quel tocco in più all’avventura del viaggio.

La notte in moschea prima di Gorazde

 

DONJA STRMICA-HRENOVICA

La pioggia della notte ha reso ancora più propizio l’aver trovato ospitalità in moschea. Ora la strada si introduce in una stretta valle, con il fiume che ne ha eroso le pareti, i boschi con i tipici colori autunnali e le nuvole basse che rendono tutto ancora più misterioso. Raggiungo Gorazde giusto per l’ora di pranzo, la cittadina è stata teatro di guerra durante l’assedio della Bosnia a metà anni novanta.

Il fiume Drina sulla strada per Gorazde.

 

Ora vive un anonimato di grigia città, incuneata in mezzo alle montagne con qualche piccola industria e parecchi brutti ricordi. La mia strada riprende a salire. Man mano che prendo quota le nuvole spariscono e riemergo in un cielo azzurro e limpido. Due operai a bordo carreggiata mi dicono che la strada della vecchia ferrovia, quella che avevo in programma, non è percorribile. Il ponte è caduto e non ci sono possibilità di passaggio.

Sulle montagne attorno a Gorazde

 

La vecchia M5 è stata costruita sui resti della strada ferrata che raggiungeva Sarajevo, ora è una pista sterrata, con alcune gallerie suggestive e diversi punti panoramici. Decido di aggirare l’ostacolo e prendere questa via dalla parte opposta, e restare comunque sul mio percorso originale. Con una lunga discesa raggiungo Hrenovica, e imbocco la strada che nel giro di due chilometri si stringe e diventa ghiaiosa.

Il ponte crollato sulla vecchia M5.

 

Ora pedalo sul tracciato che una volta era occupato dai binari, passo un primo tunnel, poi un tratto esposto ed infine giungo al famoso ponte. E’ piegato in due, appoggiato sul corso del fiume, effettivamente attraversalo sarebbe stato un grosso problema.
Dormo in tenda poco distante da lì, sotto la tettoia di un rifugio, accanto al letto del fiume.

HRENOVICA-SARAJEVO

Nuova partenza umida, solite nuvole autunnali e solita salita. Quando arrivo a Pale la situazione sembra migliorare, ma sarà solo un’illusione. La cittadina sorge a pochi chilometri dalla capitale, fu il centro di comando serbo durante l’assedio di Sarajevo e oggi si trova ancora nella Repubblica Srpska. Lascio la strada principale, che mi avrebbe condotto a destinazione in poco tempo, per salire verso il monte Trebevic.

Sulla strada per il monte Trebevic

 

Prima su asfalto e poi su uno splendido e fangoso sterrato. Ha infatti cominciato a scendere una fitta ed incessante pioggia che mi accompagnerà per tutto il pomeriggio. Solo il rumore di qualche motosega disturba la mia pedalata tra boschi, nebbie e vecchie cascine abbandonate.

Torno sull’asfalto e percepisco che la salita sta per finire mentre la pioggia mi ha dato un attimo di tregua. Un ultimo duro strappo, la strada si stringe all’improvviso alla mia destra la vegetazione termina e si apre davanti a me la visuale su tutta Sarajevo.

Sarajevo vista dal monte Trebevic.

 

E’ la quarta volta che raggiungo la capitale bosniaca, ma è la prima volta in cui mi capita di vederla dall’alto in tutto il suo splendore. Prima di iniziare la ripida discesa, mi imbatto nella pista da bob usata durante le olimpiadi invernali del 1984. E’ diventa una raccolta di murales: una macchia di colore in mezzo al verde dei boschi e al grigio della storia di Bosnia.

Sulla pista olimpica di Bob.

 

Discesa ripidissima, prima in mezzo agli alberi, poi tra i pochi prati rimasti ed infine tra le prime case di Sarajevo. Con poche centinaia di metri di pianura raggiungo la biblioteca, e dopo aver attraversato uno dei tanti ponti della città entro nella Bascarsija, il quartiere turco costruito nel XV secolo.

 

SARAJEVO-GORNJI VAKUF

Pedalo lungo Marsala Tita, la via dedicata a Tito, passo di fronte al mercato di Makale e poi accanto alla cattedrale, imbocco il viale dei cecchini, costeggio l’Holiday Inn e il museo di storia nazionale, fino alla deviazione per l’aeroporto. Esco da Sarajevo e anche questa volta so che è solo un arrivederci.

Il confine tra est e ovest nel centro di Sarajevo

 

Attraverso alcune strade un po’ trafficate mi dirigo prima verso nord, poi lasciata la strada principale mi addentro in una valle meno trafficata. Raggiunta Fojonica cerco notizie sulla percorribilità della mulattiera che vorrei percorrere.
Nessuno sa essere particolarmente preciso, ma nessuno mi sconsiglia la scalata.

La mia compagna di salita

 

Lasciato il villaggio dopo alcuni chilometri di salita ripida su asfalto, le pendenze si fanno dolci, ma il fondo diventa sterrato. Per circa una decina di chilometri salgo immerso nella natura, solo un paio di auto disturbano il mio pomeriggio, mentre una cagnolina decide di seguirmi per buona parte del viaggio.

Anche la discesa è un lungo sterrato con le stesse caratteristiche, anche se in alcuni tratti è molto più fangoso e isolato. Una volta tornato sull’asfalto, mi resta solo un ora da percorre prima di arrivare in albergo a Gornji Vakuf.

 

GORNJI VAKUF-LIVNO

Altra partenza bagnata e in salita. Seguita fortunatamente da una discesa panoramica e asciutta. Mi sto dirigendo verso Ramsko Jezero, o meglio quel che ne resta. Visto dalla cartina questo lago sembra molto caratteristico, con alcune penisole che si incuneano all’interno e le montagne tutt’attorno.

Quel che resta del lago Ramsko

 

Dal vivo invece è ancora una volta la prova lampante che la siccità e il cambiamento climatico anche da queste parti sta influendo negativamente. Non c’è più acqua e il paesaggio da favola che pensavo di incontrare me lo posso solo immaginare. Nel frattempo mentre imbocco un’altra salita, il vento si alza e porta con se nuova pioggia.

Nuvole basse, pioggia e qualche tratto di sterrato

 

Raggiunto l’altipiano successivo fatico a tenere la biciletta in equilibrio, le nuvole sfiorano i prati circostanti, la pioggia è fredda e pungente. Risalgo ancora di quota per poi lanciarmi in una breve discesa nella valle del Sulca. Da qui la situazione si ripete con un’altra asperità da scalare sempre in un ambiente per nulla antropizzato e molto selvaggio. L’ultima discesa mi porta a Livno, cittadina piuttosto grande, in una zona a maggioranza croata dell’est della Bosnia.

 

LIVNO-DRVAR

Partenza ancora bagnata, ma questa volta la pioggia mi accompagnerà per tutto il giorno. Mi aspettano circa  sessanta chilometri di pianura, in cui si alternano prati, pochi villaggi, alcune colline che caratterizzano questa valle estesa e noiosa. Mi concedo una pausa dalla pioggia a Bosansko Grahovo, località che ha dato i natali a Gravilo Princip

Per le strade di Bosansko Grahovo

 

La giornata prosegue senza particolari sussulti, prima una leggera salita ed infine una fredda discesa mi porta sempre più bagnato alla città di Drvar dove fortunatamente trovo un hotel per riposare e asciugare i vestiti dopo il maltempo degli ultimi giorni.

DRVAR-KULEN VAKUF

Il passato industriale di Drvar è ormai lontano, ora la cittadina è desolata, oltre all’albergo dove ho soggiornato non vi è molto altro se non un piccolo museo rifugio incastonato in una gola. Ora è impossibile da visitare a causa della cascata che lo circonda, ma una durante la seconda guerra mondiale fu usato da Tito e dai suoi partigiani.

Un vecchio cartello stradale nei pressi di Drvar

 

Non piove, ma la giornata è fredda. A bordo strada c’è anche della neve scesa nei giorni precedenti. La strada scende verso la gola del fiume Una, la nebbia nasconde un panorama che probabilmente meriterebbe di essere fotografato. La discesa mi porta a Martin Brod, piccolo centro turistico, famoso per le sue imponenti cascate.

Martin Brod, cascate del fiume Una

 

Dopo aver due trote alla griglia, unico piatto disponibile nell’unico ristorante aperto, riprendo a pedalare parallelo alla riva del fiume. Prima un lungo tratto sterrato e poi una bella strada asfaltata mi permettono di raggiungere Kulen Vakuf giusto in tempo per trovare un posto caldo e asciutto per la notte.

 

KULEN VAKUF-BASE AEREA ZELJIAVA

Alla fine fu la neve. La pioggia dei giorni precedenti ha ricoperto di bianco buona parte del percorso odierno. Una salita breve scaldata da un sole abbagliante mi riporta sulla strada principale. Il traffico resta comunque scarso, l’unico disturbo è dato dai cantieri stradali. Superata Ripac, raggiungo Bihac, cittadina di confine dove passa il cosiddetto corridoio balcanico dei profughi in fuga da guerre e carestie.

Sulla strada per Bihac trovo il primo inverno

 

Superata la dogana la strada si immerge in una nebbia fittissima, la mia traccia lascia subito l’asfalto per infilarsi in un dedalo di piste fangose che termina su una striscia di bitume larga diversi metri e lunga circa tre chilometri. Si tratta di un vecchio aeroporto militare, costruito in epoca titoista e mai utilizzata. A terra vi sono ancora dipinti i numeri delle piste e le righe che avrebbero dovuto aiutare i piloti nelle fasi si atterraggio e decollo.

La pista principale dell’aeroporto di Zeliava

 

L’aeroporto sorge in una località remota, parallelo ad un massiccio montuoso, ed è proprio avvicinandomi a quest’ultimo che scorgo delle grandi fessure. Sono le bocche attraverso le quali gli aerei si infilavano nella montagna scavata. Furono infatti costruiti ben tre chilometri di tunnel che dovevano fungere da deposito per i mezzi militari.
Inutile dire che mettere la tenda in uno di questi e passarci la notte è il minimo che possa fare.

L’entrata dell’hangar.

 

BASE AEREA ZELJIAVA-SENJ

La notte in uno dei luoghi più strani che abbia mai visitato resterà per sempre come un fantastico ricordo, la giornata che ne seguì come uno dei più duri.

Solo pioggia fittissima, alternata a neve, freddo vento e solitudine. Attraverso cittadine dove ogni locale, bar o ristorante è chiuso. Il gelo arriva a farmi imprecare dal dolore, cambio tre paia di guanti, resisto, pedalo e sogno un posto caldo e asciutto.

Lo raggiungo in serata, sulla costa croata dell’adriatico.
Stremato e distrutto da una giornata terribile.

 

SENJ-TRIESTE

Ultimo giorno di questa grande avventura balcanica, il percorso è lo stesso che ho pedalato nel 2012 nel primo viaggio jugoslavo: il mare alla mia sinistra e le montagne a destra. Dopo aver raggiunto Fiume, salgo verso il confino Sloveno e poi con una lunga e lenta discesa raggiungo Trieste.

Risalendo l’adriatico in direzione Trieste.

 

La porta dell’est come l’ho definita 10 anni fa, attraversandola in senso opposto. Ora questa porta ha solo il sapore dolce amaro della porta di casa. Della fine di un viaggio, del ritorno agli affetti