Al ritorno da ogni viaggio tendiamo ad attribuirgli un nome, che lo distingua dagli altri viaggi fatti, che ne restituisca la sua unicità e che rimanga fissato nella nostra memoria come se fosse vivo o se ci avesse toccato nell’intimo. In qualche modo sono vere entrambe le affermazioni, un territorio tanto vasto quanto meraviglioso per paesaggi e opportunità non si dimentica facilmente, ti resta dentro per sempre.

Patagonia in bicicletta

 

Da sempre terra di viaggiatori , conquistatori e religiosi prima, latitanti e migranti poi. Oggi chi si reca a queste latitudini lo fa quasi esclusivamente per turismo. Alla necessità di fuga e alla speranza di ricchezza si sono sostituite il desiderio di natura incontaminata, di scalate epiche e di esplorazione da pionieri.

Cartina della Patagonia in bicicletta

Patagonia e la bicicletta.

Balmaceda, Chile

 

Le prime pedalate le faccio alla ricerca di cibo e di un posto dove dormire. La borsa dei rifornimenti si riempie velocemente di pane confezionato, formaggio e qualche bibita. Per trovare una stanza mi dicono invece di chiedere alla signora che abita nell’unica costruzione a due piani. Il particolare mi era sfuggito nonostante le costruzioni siano poche e tutte ben distanti tra di loro.

La partenza dal villaggio di
Balmaceda.

La ruta 7 è una strada militare costruita negli anni 90. Collega longitudinalmente per 1200 chilometri gli abitanti di località che, prima di allora, potevano muoversi solo in direzione est e ovest. Prima gli spostamenti erano possibili solo via mare, o utilizzando piste e sentieri spesso percorribili esclusivamente a cavallo.

La Patagonia vista dall’aereo

Questa strada è in realtà più conosciuta col nome di Carrettera Austral. E’ grazie ad essa se questo remoto angolo di Cile è diventato transitabile da turisti comuni, scalatori di discreta fama e anche da parecchi appassionati di viaggi in bicicletta. L’attrazione che suscita questa strada è da allora leggenda e desiderio di conquista.

Partenza in bicicletta sullo sterrato della carretera austral

Lascio Balmaceda per dirigermi verso la Ruta 7.

 

La ruta 7 per me inizia dopo la notte nello scricchiolante ostello di Balmaceda, passati alcuni chilometri di sterrato trovo l’innesto, l’asfalto e la prima salita. La leggera brezza porta i primi profumi patagonici, dalle rare fattorie che si intravvedono e dalle pinete che vengono tagliate in due dalla strada. 

Ritrovo l’asfalto dopo l’assaggio di sterrato.

Per vedere la prima auto o qualcosa che assomigli ad un villaggio devo pedalare dopo un paio d’ore fino alle pendici del Cerro Castillo e all’omonimo paese: quattro vie e una fermata di autobus poco distante. Una vecchia corriera trasformata in ristorante staziona accanto ad un cartello stradale arrugginito. Purtroppo l’usura del tempo non consente di leggere il nome dei prossimi villaggi e le relative distanze.

Cerro castillo patagonia in bicicletta

Il Cerro Castillo nei pressi dell’omonimo villaggio

Fine del villaggio e fine dell’asfalto, la confidenza con il fondo sterrato, il ripio è facile da prendere se pedalabile come in questa prima parte. La situazione si complica quando compaiono le calaminas ovvero tante piccole gobbette che si succedono per chilometri e chilometri rovinando l’andatura e l’umore. Lentamente quindi attraverso foreste incontaminate fino a quando la strada affianca un grande corso d’acqua.

Il ripio in un tratto di facile percorrenza.

Si tratta del Rio Murta che in questo tratto è largo quasi 50 metri. Scorre lento quasi immobile, vicino alla riva c’è una capanna abbandonata protetta da una staccionata verso la strada, sembra una sentinella del grande fiume. Passerò la notte qua, approfittando dell’acqua che scorre per lavarmi e della capanna per evitare di montare la tenda.

La capanna dove ho dormito.

 
Il fiume costeggia la mia strada ancora per qualche chilometro fino a quando non si perde nelle acque del lago General Carrera.

Un lago vasto, di un azzurro intenso che crea un contrasto cromatico da cartolina con le vette innevate sullo sfondo. Piccole baie, strappi improvvisi e costruzioni rarissime. Le poche auto che passano impolverano per pochi istanti questo piccolo angolo di paradiso.

Il lago general Carrera sullo sfondo.

 

In quattro giorni arrivo alla fine della Carretera Austral. Cochrane e altri piccoli centri consentono di rifornirsi di cibo e acqua. Per dormire basta la tenda o l’ospitalità generosa di chi sconfigge la solitudine aprendo le porte di casa ai viaggiatori solitari che provengono da ogni parte del mondo. L’ultimo paese è Villa O’higgins: una pista per piccoli velivoli, qualche abitazione privata e un paio di ostelli. Nulla di più.

Con i miei nuovi amici lungo il sentiero del Paso Mayer

Da questo piccolo centro abitato avevo Inizialmente previsto il trasbordo attraverso il lago San Martin in direzione sud verso il confine con l’Argentina. Ma il forte vento di quei giorni ha fermato tutti i traghetti impedendo la navigazione. Il destino mi ha così condotto in uno dei posti che non dimenticherò mai. Il Paso Mayer. La stessa sorte è toccata anche ad altri ciclisti e così continuo il viaggio in compagnia.

Si cerca il sentiero giusto sul sentiero del Paso Mayer

 

La particolarità del Paso Mayer è che non c’è affatto un passo da scalare. Il nome deriva dal fiume che per diversi tratti scorre accanto a noi. Si tratta di un percorso di soli 15 km,  tutti su sentiero o tracce scarsamente visibili. La pioggia ci ha accompagnato per buona parte del tempo e  diverse volte abbiamo imboccato il sentiero sbagliato, ma unendo le forze e gli intuiti abbiamo proseguito senza particolari intoppi. 

Patagonia in bicicletta, ponte tibetano al paso mayer

Dopo la bicicletta porto anche  le borse dall’altra parte del fiume.

Sulla nostra strada anche un ponte tibetano utilizzato per attraversare uno degli affluenti del Rio Mayer. Uno alla volta abbiamo camminato sopra questo insieme di cavi e legno sospeso su un fiume in piena. Impiegando quasi sei ore per percorre questo breve tratto, selvaggio e remoto. Arrivati alla dogana Argentina e ritrovata la strada sterrata, proseguo con Javier estroverso spagnolo che viaggia solo, senza una meta precisa.

 

Paso Mayer, Argentina

 

Insieme decidiamo di percorrere la pista che in comodi cento chilometri ci condurrà alla mitica ruta 40, vento in poppa le bici scorrono veloce cosi come il paesaggio cambia rapidamente e da verde lussureggiante si volge a distesa grigia di terra e sassi. Troviamo riparo per la notte in una estancia, l’unica costruzione presente su tutto il tratto, i pastori ci offrono un tetto in uno dei locali della tenuta.

La fattoria dove abbiamo dormito io e Javier.

 

Il mattino seguenti corroborati dalla notte all’asciutto e puzzolenti di capra ripartiamo alla volta di Gobernador Gregores. Il vento accorcia ancora le distanze e affievolisce le fatiche, non smorza però la fame. Complice la socievole loquacità del mio compagno di viaggio, ci ritroviamo piacevolmente ospiti a casa di un abitante del luogo per una generosa parrilla Argentina.

La tipica parrilla argentina: una grigliata ricchissima e gustosissima

 

Sempre con la stessa facilità si passa poi alla casa di un emigrante abruzzese. Nei tempi bui del dopo guerra, Luigi scelse queste terre per fuggire dalla fame e qui trovò casa, moglie e un’altra lingua. Complice infatti l’età e gli anni trascorsi lontano dalla madre patria ha dimenticato la lingua natia e ora si esprime solo in spagnolo.

Rio Turbio, Chile

 

Le pedalate con Javier proseguono di comune accordo in direzione sud, in compagnia fino a Puerto Natales. Quaggiù le nostre strade si separeranno. Dopo intense pedalate controvento e sotto la pioggia, festeggiamo il capodanno insieme, pasteggiando ad avocado e sardine, intavolando discussioni sulle diverse filosofie di viaggio e sognando di rivederci per un nuova avventura a pedali.

Nella pampa argentina Javier mi segue a distanza.

 

Torno a pedalare solitario in direzione sud, attraversando lande di terra dove il vento da forma agli alberi, distese infinite dove le nubi sembrano scorrere come una pellicola sopra la mia testa.I villaggi incontrati in queste distese hanno nomi di antiche tribù locali, di conquistatori stranieri o santi cattolici; piccole e medie realtà a volte distanti anche 100 chilometri una dall’altra.

Il vento da forma alla scarsa vegetazione.

Il primo abitato di una certa dimensione che si incontra è Punta Arenas. All’entrata una bandiera croata racconta la storia di questa città affacciata sullo stretto di Magellano, mentre più avanti incontrerò uno dei centri salesiani della Patagonia. Sono proprio i seguaci di Don Bosco a gestire uno dei musei della città più interessanti e ricchi.

Ritorna lo sterrato nella terra del fuoco.

 

Dal porto di Punta Arenas ogni giorno partono traghetti nella terra del fuoco, l’isola della fine del mondo divisa tra Argentina e Cile. Fino a poco più di un secolo fa era ancora abitata dalle ultime tribù indigene del sud america ora praticamente estinte a causa della colonizzazione.
Una volta attraccati si trova subito lo sterrato, almeno per la parte cilena. 

Anche un tandem nei pressi del riparo per la notte accanto alla dogana di San Sebastian.

Si costeggia il mare spinti dal vento per poi rientrare in direzione Oceano Atlantico. C’è una sola strada e corre in direzione della dogana, dove in una baracca accanto alla caserma dei carabinieri trovo posto per la notte. Ancora una volta in compagnia di una babele di ciclo viaggiatori provenienti da ogni parte del mondo.

San Sebastian, Argentina

 

Passata la dogana Argentina riprende l’asfalto. Si ritorna a scendere in direzione sud, dopo aver dormito sulle rive del lago Fagnano, mi trovo ad affrontare una salita che scopro chiamarsi Paso Garibaldi. Poco probabile che l’eroe dei due mondi si sia spinto fin quaggiù, ma la sua fama di condottiero rivoluzionario è giunta anche a queste latitudini.

Camping sulle rive del lago Fagnano, presso Tolhuin.

 

Ad Ushuaiad è attribuito il primato di città più australe del mondo, anche se in teoria si contende tale primato con alcuni villaggi cileni sorti più a sud, attorno a Capo Horn. Commercialmente è sicuramente una felice invenzione, per chi ha percorso tanta strada per arrivarci invece lascia un po’ l’amaro in bocca.

Ultimi chilometri

 Caos, negozi e traffico: la città oltre alla fama e al mito di luogo estremo non offre molto. Le piste da sci sono ovviamente chiuse nell’estate australe, i musei raccontano la breve storia del luogo con ricostruzioni di dubbio gusto e i ristoranti offrono menù per turisti benestanti. Interessanti sono invece le visite alle colonie di pinguini sulle isole del vicino canale di Beagle.

Arrivo alla fin del mundo: Ushuaia.

 

Mi immergo nello shopping da fine del mondo per acquistare qualche ricordo e mi rendo conto che tutto questa confusione e mondanità non mi mancavano. Per fuggire da tutto questo marasma e tornare alla calma patagonica, rimonto in sella per gli ultimi chilometri fino alla fine della strada -la ruta 3- e raggiungere La Pataia. Sterrato, solitudine, natura e ultime riflessioni prima del ritorno a casa. 

Ushuaia e il canale di Beagle

 
La Pataia è il nome dalla baia che si trova una volta che la striscia di terra bianca si interrompe di fronte al mare, ancora una volta mi trovo a ridosso di un confine – più volte attraversato – ancora una volta mi stupisco di fronte allo spettacolo della natura, ancora una volta mi rendo conto della fortuna che ho avuto nel poter gioire di tutto questo.