Perche’ Etiopia in bicicletta?

La mappa dell’Africa suscita interrogativi e molta curiosità.  Passando il dito sulla cartina scorriamo paesi che ci riportano alla mente le storie, tristi e dolorose, dei flussi migratori, oppure siamo in grado di individuare il Kilimangiaro e le sue nominatissime falde, o spesso seguiamo, banalmente, il percorso del Nilo fino al Mediterraneo.

 

In un angolo del continente, quello all’estremo est della sagoma africana, l’occhio cade, e quasi con senso di colpa, si arresta sull’Etiopia riportando a galla ricordi scolastici che parlano di guerre coloniali e altre nefandezze.

Etiopia e la bicicletta.

 

Si parte, per l’Etiopia in bicicletta

 

Il primo approccio con le strade di Addis Abeba è agrodolce, il traffico è quello della grande capitale anche se percepisco con felice stupore un certo rispetto nei confronti di biciclette e ciclisti, carichi e meno carichi. Deve scorrere parecchio asfalto sotto le ruote prima che la periferia della metropoli si esaurisca alle mie spalle, chilometri e chilometri senza un momento di respiro, ma ad affaticarmi non è stata solo la pendenza.

 

Uno dei tanti accompagnatori.

 

Il dislivello, unito al sole battente e all’altura sono le difficoltà che avevo messo in preventivo, l’insistenza e continua presenza di bambini etiopi che corrono , spesso scalzi, accanto a me in cerca di qualche moneta affaticano lo spirito e la coscienza. Dovrò abituarmi a questo tipo di compagnia, che caratterizzerà buona parte del viaggio.

 La prima giornata di viaggio termina a Debre Libanos dove una tedesca trasferitasi quaggiù diversi anni fa mi accoglie senza troppa enfasi e sorpresa nel suo albergo diffuso che sorge ai bordi del canyon scavato nei millenni dal Nilo azzurro. Lo spettacolo che mi trovo di fronte improvvisamente annulla le fatiche di giornata e corrobora corpo e anima. 

 

Canyon del Nilo azzurro.

Avvicinandomi a zone più antropizzate, noto che le auto private praticamente non esistono, al contrario sono molto diffusi i taxi. Non delle vere e proprie automobili, dei motocarri blu e bianchi. Ognuno di essi ha il tettuccio personalizzato, dove viene disegnato l’idolo del proprietario. Così scopro che Bob Marley, Messi e Gesu’ vanno per la maggiore e si alternano sulla maggior parte dei taxi incontrati.

Questa stravaganza è presto spiegata. Il rastafarianesimo nacque in Etiopia agli inizi del novecento e il cantante giamaicano fu tra i suoi più importanti rappresentanti. Gesù può apparire fuori luogo, ma la componente cattolica è predominantenel paese, infine il calciatore argentino come idolo di un paganesimo moderno che anche nelle lande più povere e desolate del mondo, attecchisce senza ostacoli.

Taxi sulla strada per Bahar Dar

 

Non nego la sorpresa nel vedere scorrere l’asfalto e notare che non presenta buche o sconnessioni particolari. Rettilinei si alternano a curve sempre dolci e preannunciate da un orizzonte aperto e dal cielo limpido. Improvvisamente l’altipiano si interrompe per lasciare lo spazio ad una lunga  discesa e ad una conseguente salita.

Pedalando in altitudine (qui oltre i 2800 metri)le variazioni di quota hanno un ordine spesso inverso a quanto ci si possa aspettare. La morfologia del territorio è da accettare così come è: prima si scende dopo si risale. E la discesa è verso il ponte sul Nilo azzurro, di nuovo lui. Dal fondo valle, lenti si torna in su, poca ombra e caldo soffocante,  sui pendii circostanti intravvedo qualche scimmietta a distrarmi da uno sforzo non indifferente.

Il nilo azzurro nel fondo valle

 

La sua portata è scarsa, quasi irrilevante, avendo percorso solo una minima parte del suo lungo percorso è da considerare come bimbo che muove i suoi primi passi. Quando avrà preso vigore risalirà fino a sconfinare nel vicino Sudan e le sue acque dopo un tragitto infinito sfoceranno nel Mediterraneo.

Bahar Dar si trova sulla sponda sud del Lago Tana, il più grande d’Etiopia, lago che sicuramente non spicca per la limpidezza delle sue acque. La cittadina invece offre parecchie, forse troppe, possibilità per chi decide di prendere un battello e andare a visitare i monasteri che sorgono sulle isole poste ad un ora di navigazione dalla costa.

Nascosti tra la vegetazione, i monasteri del lago Tana sono luoghi di culto cristiani che hanno saputo resistere alle invasioni arabe e al trascorrere del tempo, conservando immutato il loro fascino. Per lo più a pianta circolare, queste costruzioni di legno nascondono al loro interno rappresentazioni bibliche risalenti all’alto medioevo, dipinte su pelle di bovino con coloranti ricavati dalle piante dell’isola.

Dipinti nel monastero di San Giorgio.

 

Abbandono battelli e vie di navigazione per riprendere a pedalare. Le fatiche sono recuperate e non temo le dolci salite che risalgono la valle di Debre Dabor.  Pranzo ad Awra Amba, un piccolo villaggio comunità dove tutti contribuiscono al bene comune e soprattutto dove uomo e donna sono messi sullo stesso piano sociale, lavorativo e culturale. Un caso unico non solo in Etiopia, ma probabilmente in gran parte del mondo.

Ingresso ad Awra Amba

 

Altro unicum sono le secolari chiese rupestri della zona di Lalibela. Ricavate scavando la roccia calcarea sorgono quindi sotto il livello del terreno e sono sicuramente uno dei luoghi di culto più insoliti mai incontrati. Riconosciute a livello globale come dei monumenti di rara bellezza ed originalità, sono diventate un’attrazione turistica che richiama tantissima gente in questa angolo di Africa. 

Chiesa rupestre nei pressi di Lalibela

 

La strada riprende, l’altitudine non accorcia più il respiro, posso aumentare il passo e attraversare i villaggi e le praterie aride senza eccessive difficoltà. Incontro spesso file di ragazzini , vestiti tutti con la stessa divisa dirigersi alla scuola, che solitamente è decentrata rispetto al villaggio, dimostrazione che accentrare l’istruzione è una necessità sotto tutti i punti di vista. 

Con la stessa frequenza incrocio contadini o semplici passanti camminare con un fucile a spalle. Senza divise. Sorridono e salutano dimostrando una gentilezza genuina che stride con il pezzo di ferro che li accompagna. In Etiopia convivono pacificamente tre religioni, i contrasti nascono purtroppo tra le varie etnie e tribù. 

 

Contadino etiope

 

Capita che le tensioni sfocino in focolai più o meno isolati che possono portare anche a scontri violenti e sanguinosi. Il problema si pone proprio al mio passaggio e per prudenza decido di non verificare di persona. Prima di essere rimbalzato dagli scontri avevo in programma di raggiungere la Dancalia, remota regione a nord est facendo tappa a Makallè, ora non resta abbandonare i piani iniziali e pensare a riorganizzare il viaggio.

 

Dai finestrini del bus rivedo la strada pedalata fino a qui, da un’altra prospettiva sia visiva che di umore. Avevo salutato con un addio il Nilo azzurro ed invece eccolo ancora qui in fondo al suo millenario canyon, avevo perso lo sguardo in steppe infinite che posso rivedere con le luci dell’alba. Avevo anche fotografato una carcassa di auto abbandonata a bordo strada senza nemmeno trovare la cosa troppo stravagante. 

Carcassa di auto sulla strada

 
Gli avvenimenti mi hanno invece costretto al ritorno ad Addis Abeba con i mezzi pubblici, alla ricerca di nuove strade da pedalare. Improvvisando, cartina alla mano, decido di scendere a sud, si vedono dei laghi e una zona contornata di verde, il che’ prelude alla presenza di parchi. A distanza di dieci giorni esco nuovamente dalla capitale etiope, questa volta con una strada in leggera discesa tempestata di cantieri, buche e mezzi pesanti. 
 
 La ripartenza non ha la stessa magia del primo giorno. Il paesaggio contrariamente alle aspettative langue dall’offrire qualcosa degno di nota, il caos è inimmaginabile e pure un po’ pericoloso. Ai lati iniziano a scorrere campagne spesso brulle, apparentemente incolte e inospitali. Sembra quindi bislacco incontrare lunghi banchi dove ammassate, giacciono grosse quantità di frutta e verdura, per lo più zucche o angurie. 
 

Mercato equo solitario

 

Con una presenza di laghi degna di una località finlandese, ma con qualche abete in meno, Debre Zeyit è una delle località che gli abitanti della capitale scelgono per una gita fuori porta. Gli specchi d’acqua sono tutti molto vicini al centro città, ma nonostante questo sono piuttosto intimi, graziosi alla vista anche grazie all’assenza di costruzioni che ne deturperebbero la vista.

 

Airone in partenza presso Debre Zeyit

 

La bicicletta ha finito il suo viaggio, sono tornato nuovamente ad Addis Abeba, mi è rimasta però una cosa da fare, qualcosa di più di un cruccio o una fissazione. Prendo un volo interno e ritorno verso nord. Travestito da turista partecipo ad tour di tre giorni in Dancalia, più che una regione una depressione. Non solo perché si trova sotto il livello del mare per gran parte del suo territorio, ma anche per la conseguente desolazione.

 Deserto e deserto, uno di terra monotono e scarsamente interessante, l’altro di sale, affascinante e reso unico dal tramonto e dalle carovane di cammelli che lo attraversano. Abbandonata la monocromia del cloruro di sodio ci si sposta in un’altra zona, dove Il bianco candore del sale è spezzato da chiazze di colori caldi create dalle eruzioni di zolfo dal terreno. Altra unicità di questa amena località.

 

Carovana di Cammelli in Dancalia

 

Ci spostiamo a bordo di jeep che si muovono in un  dedalo di piste senza indicazioni, percepisco i cambi di direzione solo grazie alla posizione del sole, oramai alto dopo la nottata passata a cielo aperto. Improvvisamente abbandoniamo la comoda via principale per farci sobbalzare da rocce vulcaniche che caratterizzano il percorso appena imboccato.

Scendiamo dalle auto nei pressi di un accampamento spartano, con soldati armati a guardia di poche capanne disordinate. I soldati Afar ci scortano più per giustificare i soldi spesi, che per reale pericolo. Al calar del sole terminato l’ennesimo piatto di riso scotto ci incamminiamo per un sentiero in leggera salita, abbiamo due ore di marcia.

Un leggero bagliore è la stella cometa della nostra camminata fuori orario, il vento porta folate cariche di zolfo e una leggera colonna di fumo comincia ad intravvedersi nell’oscurità interrotta dalle nostre torce. Ci affacciamo increduli ai bordi del cratere. Siamo di fronte al’’Erta Ale  un vulcano attivo di recente scoperta. 

I primi passi di un europeo su queste pendenze sono stati mossi nel 1968, negli anni è stato poi gradualmente dimenticato fino ad essere di nuovo esplorato ed riadattato a metà turistica tanto eccezionale quanto azzardata. Lo spettacolo è si indimenticabile, ma la situazione è al limite: non c’è nessun parapetto tra noi e il precipizio che termina nella lava incandescente e nessuna luce ad illuminare i nostri passi tentennanti.

 

Ai bordi del cratere del vulcano Erta Ale

 

Il grande fiore, questo è il significato di Addis Abeba. Un fiore solitamente ha dei colori che lo distinguono dal resto della vegetazione, crea un contrasto che lo rende ben visibile e apprezzato. Qui i colori non mancano: gli abiti, il cibo, i tramonti e i laghi hanno regalato una moltitudine di cromatismi. Non mancano, purtroppo anche i contrasti.

Il fatto che convivano un lento sviluppo tecnologico e vecchie tradizioni tribali, non deve apparire come qualcosa di stridente, ma anzi come una ricchezza che in altre circostanze non si percepisce. Case di terra e paglia in pieno centro non stupiscono se si inizia a pensare a chi le vive e alla loro forma di resistenza urbana.

Come ogni capitale non dorme mai, già alle prime luci dell’alba è possibile incontrare giovani runner che si danno appuntamento a Meskel Square per iniziare l’allenamento, Si muovono i primi bus, e la metropolitana sopraelevata inizia le sue corse tagliando in due la città, le prime funzioni religiose sono invece già finite, anche se sentire le campane nel caos che si è già formato è impossibile.

Si può trovare pace in uno dei tanti musei capitolini, che ospitano scheletri di milioni di anni, narrano di italiani conquistatori e costruttori, ma ammoniscono mostrando gli orrori di una dittatura repressiva che anche qui non si sono fatti mancare. La globalizzazione ha tolto un po’ di autenticità alla capitale, senza però poterla ancora definire città moderna o emergente.

Meskel Square, Addis Abeba

 

Storia di un incontro.

Non ricordo il nome della città in cui lo incontrai e nemmeno il suo nome, ricordo benissimo le circostanze e il suo racconto. Con un inglese dalla pronuncia difettosa, senza eccedere nei particolari che ancora senza dubbio lo turbano, racconta del suo tentativo di raggiungere l’Europa. Tutti i risparmi di famiglia investiti, poi il deserto, fame sete e fatica. Infine la Libia, sei mesi, ripete con gli occhi che fissano un punto indefinito, in un orizzonte che forse non c’è più.