Confesso che la scelta di andare in Marocco in bicicletta non mi convinceva fino in fondo, non per questioni che magari possono turbare certi orizzonti chiusi, ma solo per il timore di non “saziarmi di viaggio” a sufficienza. Già dopo pochi chilometri mi dovrò ricredere, e dopo ogni giornata sorprendere.

 Marocco in bicicletta

 

La partenza sotto la pioggia di Marrakech potrebbe apparire come un cattivo presagio per i più scaramantici. In realtà muovendo le prime pedalate in un paese così diverso lo sguardo volge sempre altrove e non si preoccupa delle nuvole. La sana curiosità del viaggiatore è attratta dalla routine di ogni luogo senza farsi condizionare dal pregiudizio di canoni estetici totalmente differenti.

Partenza tra i fichi d’india da Marrakesh.

Verso Ouarzazate

 

I larghi stradoni a doppia corsia separati da file di palme interminabili, sono percorsi dalla solita fantasia di mezzi tipica africana. Auto con mille cavalli nel motore e carretti che faticano ad essere trainati da uno solo. Biciclette sgangherate, sopravanzate da ciclomotori con un numero di caschi sempre inferiore al numero degli occupanti.

Con l’incedere delle pedalate le montagne si avvicinano e schiacciano l’orizzonte, si alza il vento e le strade, ormai asciutte, sono calde e polverose. Mai pericolose. Le moschee incontrate sono sorprendentemente poche, al contrario l’anima commerciale marocchina è esaltata dai copiosi negozi di tajine e vasellame che espongono a bordo strada.

Un incredibile quantità di vasi esposta in strada.

Le prime pendenze sono dolci e, anche se Eolo mi è avverso, il primo impatto con l’atlante marocchino è positivo. La vegetazione circostante è come un altimetro analogico, i fichi d’India che hanno accompagnato i miei primi chilometri, hanno infatti lasciato il posto a verdi pinete. Ora l’ambiente è incredibilmente quasi alpino.

La strada per il col du Tichka

 

Passo la prima notte sulla via per il Tichka ,passo a 2260mt. Sono l’unico ospite in un ostello, dove i gestori stanno riparando i danni causati dal vento di giornata. Il giorno successivo per raggiungere il passo percorro uno stradone tutto curve e tornati, con la vista sempre aperta sulle cime innevate già ammirate il giorno prima.

Contrariamente alle notizie raccolte prima della partenza, la discesa è completamente asfaltata. Faccio due chiacchiere con il primo cicloviaggiatore che incontro, e resto sorpreso del fatto che sia marocchino. Ci scambiamo le consuete informazioni e mi da una prima infarinata sulle antiche costruzioni marocchine che incontrerò.

La kasbah è una fortezza o castello medioevale residenza delle famiglie più importanti e a Telout posso visitare quella semi abbandonata di Glaoui. Invece per Ksar si intende un villaggio fortificato, solitamente costruito nei pressi di oasi e punti sopraelevati. Sulla mia via troverò quello ben conservato di Ait Ben Haddou, scelto anche da diversi registi come set cinematografico.

Due giovani presso la kasbah di Telout

 

La strada è ancora in discesa, fino alle porte del deserto, dove dopo pochi chilometri raggiungo Ouarzazate. Città moderna e in continua espansione, anche in virtù del fatto che il Re del Marocco ama trascorre del tempo in questa località. La preferenza reale ha delle ripercussioni positive sulla qualità delle strade e più in generale sulla modernità di questa cittadina.

Ai confini del deserto e sullo sfondo montagne innevate

Gusto il primo cous cous nelle vicinanze della medina, giusta ricarica prima di proseguire in direzione di Skoura. Anche qui trovo un Kasbah importante e riesco a visitarla con calma, al termine di una giornata trascorsa pedalando sulla linea di transizione tra il Sahara e la catena montuosa dell’Atlante.

Verso le gole del Dades

 

Nonostante siano una delle località più fotografate del Marocco, le gole del Dades per i marocchini non sono così famose o di grande rilevanza. Bisogna però fare un passo indietro, per la precisione a Kelaat Mgouna, ovvero all’entrata della valle delle rose. La stagione non è ancora arrivata e la valle che fiorisce completamente dalla fine di aprile, non presenta che qualche bocciolo ancora prematuro.

Ingresso nella valle delle rose.

 

Abbandono la via principale e salgo in questa zona dall’aspetto quasi lunare, disabitata incolta e apparentemente abbandonata dall’uomo. Ci vogliono circa 30 chilometri per giungere ad un abitato dove termina l’asfalto. Percorro le strette strade del paese e, dopo aver lasciato alle mie spalle l’ultima costruzione, imbocco la pista verso il Dades

L’orizzonte si apre, mi trovo su un altipiano solcato da una traccia che a volte si perde per pochi metri nella sabbia, e altre è solo un segno di difficile lettura. Proseguo in un continuo saliscendi, con il cielo azzurro pezzato da grosse nuvole, e l’ambiente che appare sempre più spoglio e allo stesso tempo affascinante.

La pista verso le gole del Dades

 

Sono 14 chilometri di puro godimento. La strada ora scende sempre più costantemente fino ad infilarsi in un budello nella montagna e sbucare sull’asfalto. Torniamo a dove eravamo: le gole del Dades. La R704 mantiene una pendenza costante per parecchi chilometri, attorno le montagne si stringono fino a giungere ad un punto in cui l’asfalto deve disegnare diversi tornati per poter proseguire.

Il percorso tortuoso verso il Dades

Ci sono bus fermi e gruppi di turisti intenti a percorrere questo tratto a piedi, fotocamera alla mano. Forse sono un po’ delusi come potrei esserlo anche io, eppure anche loro decidono di proseguire e godersi il resto della valle che offre scorci veramente indimenticabili. Inizialmente la strada scende repentinamente fino a scorrere parallela al fiume, accompagnata da pareti di roccia alte 300 metri.

Il burrone Tissandrine, a nord del Dades

 

 Successivamente, dopo una salita, si contorna l’ansa del fiume stesso che nel frattempo è rimasto parecchi metri più in basso, andando a formare il burrone Tissandrine. La vastità e la particolarità del luogo, la fortuna di poterselo gustare da diverse angolazioni e la sua unicità fanno dimenticare rapidamente la piccola delusione per le Gole del Dades.

Da Msemrir a Imilchil

 

Msemrir si trova a quasi duemila metri sul livello del mare, in una zona abitata da berberi e famosa per la pista per Tamtattouchte. I due alberghi in città attirano la clientela con cartelli dove si offrono indicazioni per la pista. Anche io sono qui per quel motivo e tutta questa idolatria nei suoi confronti mi incuriosisce ancora di più.

Il gestore del mio hotel è eccessivamente loquace. Oltre alle informazioni richieste, con tanto di mappa disegnata al momento, si preoccupa di starmi accanto in ogni momento del mio soggiorno. Mi consiglia dove fare acquisti e soprattutto mi fa notare che in quella zona si parla berbero e le tre parole di arabo del mio vocabolario non sono così gradite. Continuerò ad esprimermi a gesti.

Contrariamente a quella della valle delle rose, questa pista è molto più importante, sia per lunghezza che per dislivello. I chilometri sono oltre quaranta nel corso dei quali raggiungerò quota 2600 mt nei pressi del passo Tizi n’Aguerd n’Zegzaoun e pedalerò l’intera giornata lontano da ogni cosa.

Primi dubbi ad inizio pista.

Seguo le indicazioni dell’oste di Msemrir e non ho problemi ad imboccare la via giusta, il fondo che inizialmente era di terra battuta diventa rapidamente sassoso e molto scosceso. Il percorso resta su un fondo valle aperto e con piste che si diramano in diverse direzioni, l’utilizzo di un gps è determinate, anche in vista del passaggio successivo.

Cercando notizie, ero venuto a conoscenza di una parte in cui la bicicletta va spinta attraverso una pietraia dove ogni possibilità di seguire la retta via è affidata per forza di cose alla tecnologia. Passato questo punto buio si comincia dolcemente a salire, le montagne si avvicinano e ogni tanto le mie ruote incontrano dei tratti agevoli. 

Tutto attorno nessuno segno di vita, costruzione o traccia umana. Passano un paio d’ore e poco prima della cima, incrocio due pastori berberi con pochi e denutriti capi di bestiame. Salutano con un sorriso, mentre con un gesto mi chiedono se ho da fumare. Ricambio il saluto, negando però loro il piacere di una sigaretta.

In vetta al passo, ad oltre 2600 metri di altitudine

 

Allo scollinamento decido di fare una pausa per il pranzo nonostante il vento forte. Ben coperto continuo ad ammirare la selvaggia e arida bellezza del luogo. Del tutto casualmente mi accorgo di essermi seduto su una lastra di pietra dove sono incastrati fossili marini vecchi di milioni di anni e sempre grazie al fato ne trovo uno di piccole dimensioni da conservare come ricordo.

Anche la discesa ha il suo fascino nonostante sia eccessivamente lunga. Ancora una volta gli incontri sono limitati a pochi pastori che vivono in località isolate e privi di ogni servizio. Alcuni di questi dormono in anguste abitazioni ricavate in antri naturali, altri si sono arrangiati con tende di fortuna. Il mio percorso mantiene la sua spettacolarità per tutta la discesa, fino al ritorno sull’asfalto.

La discesa verso le gole del Todra.

 
Asfalto che in leggera pendenza mi conduce alle gole dell Todra. Spesso confuse con quelle del Dades, sono invece più maestose e conosciute dai locali, tant’è che le strutture ricettive sorte nei paraggi sono abbondanti e adatte ad ogni tasca. La mattina successiva piove per qualche chilometro, cattivo presagio visto che devo tornare in quota e la cosa potrebbe rendere tutto meno agevole. 
 
Mentre supero località dai nomi impronunciabili, la strada inizia ad aumentare le sue difficoltà. Spunta un raggio di sole, il cielo rimane per lo più minacciosamente coperto, le nuvole si abbassano e la temperatura scende a 7 gradi. Con la vista occlusa da cumulonembi turgidi di pioggia, pedalo spedito fino ad uno dei pochi villaggi presenti nella valle.
 
Ait Hani, così si chiama, è una sorta di paese fantasma dove, bevendo un caffè corroborante, provo inutilmente a chiedere informazioni sul meteo e sulle difficoltà che mi aspettano. Nessuno rifiuta di offrire un’informazione, ma nessuno dei miei interlocutori concorda con l’altro, così riparto nell’incertezza di prima, ma con qualche tifoso in più.

Freddo e nebbia.

 

Posso sintetizzare così: aveva ragione chi diceva che le pendenze erano toste: sempre in doppia cifra per molti chilometri. Si sbagliava chi parlava di piogge fitte, non saprò invece mai se veramente si trattasse di montagne così splendide come qualcuno mi ha preannunciato. Le nuvole basse hanno limitato la visuale per la maggior parte del tempo, a pochi metri di asfalto.

Al passo dal nome a me sconosciuto ci sono quattro gradi, sono a circa 2300 metri di altezza e mancano ancora dieci chilometri al primo villaggio. Pedalo spedito approfittando della leggera discesa, spaventato dal meteo che invece mi sorprende in positivo, dopo pochi istanti riappare infatti un sole tiepido che asciuga le strade e migliora l’umore.

Tajine di pollo e verdure.

 

Continuo di buona lena, su una strada che a volte non è sicurissima a causa della sede ristretta e di un uno sbalzo importante ai bordi. Attraverso velocemente i pochi villaggi grazie al vento a favore e saluto col campanello i bambini a bordo strada. Decido di passare la notte ad Imilchil, dopo essere stato accalappiato da un albergatore a bordo strada.

La località è remota e tutto sommato isolata, ma l’albergo è più che dignitoso e la compagnia per la sera è variegata e divertente. Mangio la mia ennesima tajine parlando in spagnolo con un motociclista catalano e un ragazzo del paese che ha vissuto in Europa tempo addietro. Il discordo cade ovviamente anche sul meteo del giorno seguente, nessuno ha buone previsioni.

Riparto da Imilchil con la neve sulle montagne

 

I cattivi presagi si trasformano invece in un sorprendente bianco risveglio. Ci eravamo addormentati con il rumore della pioggia battente ed invece ci siamo svegliati con il paesaggio ovattato e dipinto da una discreta nevicata. Lo stupore iniziale si trasforma in entusiasmo e mi riporta rapidamente in sella. La temperatura è comunque accettabile, il sole è già alto e scalda quel che basta per muovere le prime pedalate mattutine.

Verso la Catedrale Des Roches

 

Dopo poche curve pedalo accanto alle rive di un lago che con il cielo azzurro e la neve riflessa viene letteralmente investito di scatti dalla mia macchina fotografica. Proseguo salendo di quota fino ad un passo dove il manto nevoso a bordo strada cresce di misura e quello sui monti disegna strane onde anch’esse decisamente fotogeniche.

La neve attorno al lago di Tislit.

 

Con la discesa, aumentano la temperatura e scompare la neve, lasciando il posto ad una vegetazione che per la prima volta è particolarmente rigogliosa e di un verde vivissimo. Dopo un bivio guado una corrente d’acqua che, impetuosa, si è fatta strada sull’asfalto. Ora si torna a salire in maniera decisa, prima con qualche tornante e poi con lunghi rettilinei fin ché non ricomincia a piovere.

Attraverso dei villaggi e per la prima volta noto quel senso di arretratezza che solitamente si suole associare ai paesi africani. Entrando in questi agglomerati di case si percorrono strade fatiscenti, solcate da rivoli di acqua maleodorante, i rifiuti formano quasi un pavimento sotto le ruote e le galline razzolano tra carcasse di altri animali e abiti stesi.

I sorrisi delle mie tifose rallegrano la giornata.

 

A ridarmi il sorriso ci pensano i bambini che accorrono gentili e curiosi, in particolare un gruppo di quattro ragazzine, forse sorelle, che vorrebbero invitarmi anche a pranzo.  Ho accumulato chilometri e metri di dislivello, nel frattempo l’asfalto è tornato ottimo e la pioggia ha calato di intensità. A oltre 2500 metri trovo il bivio che dopo una lunghissima ed estenuante discesa mi fa raggiungere Anergui.

Lascio Anergui in direzione Catedrale des Roches

 

Anegui è in fondo ad una valle ad almeno cinquanta chilometri dalla città più vicina, da qualche tempo ha un ostello e un paio di negozi. Questo recente sviluppo è dovuto al fatto che dopo due anni di lavori hanno riaperto la mulattiera che raggiunge la Catedrale Des Roches e ricongiungersi alle arterie più importanti della zona.

Sono quaranta chilometri di strada sterrata di una bellezza disarmante, tutti accanto al corso di un fiume, che si attraversa solo una volta grazie ad un ponte di acciaio. Lungo il tragitto, costituito da una serie infinita di saliscendi, incrocio solo qualche giovane pastore, una coppia di anziani su un motorino e qualche raro appezzamento coltivato.

La strada prosegue sul fianco della valle

 

Questo tratto richiede quasi quattro ore. Si tratta però di un percorso veramente spettacolare, unico e totalmente diverso da quelli percorsi nei giorni scorsi. Tutta questa meraviglia mi lascia quasi assuefatto e  una volta giunto alla fine del tragitto non riesco adassaporare appieno la magnificenza di quella gigantesca formazione rocciosa chiamata Catedrale des Roches.

Il ritorno a Marrakesh

 

Il fatto che ora sto pedalando su una strada in teoria più frequentata è quasi impercettibile, lo si intuisce più dalla larghezza e dalle case incontrare che dal traffico, rimasto pressoché inesistente. Prima di trovare un posto dove dormire avrò un’altra salita e un’altra discesa da crampi alle mani, tanto impegnativa quanto suggestiva per la vista sul lago Bin El Ouidane.

IL lago Bin El Ouidane

 

La morfologia del terreno mi costringerà a percorre le sue sponde quasi per tre quarti prima di giungere alla diga che lo chiude a valle, attraversarla e risalire in direzione di Ouzoud. La cittadina è invasa di turisti marocchini, il che può sembrare fastidioso appena arrivati, ma toglie un po’ del mio scetticismo iniziale riguardo le cascate che ha reso famosa questa località.

Esaltata come una delle più alte e belle del Marocco, poteva rivelarsi una delusione, invece ha saputo mantenere le aspettative. Grazie ad un sentiero ben segnalato è possibile vederla da ogni punto di vista, magari non si apprezzerà il colore delle acque, ma il triplo salto e l’ambientazione circostante la rendono veramente particolare.

Le cascate di Ouazoud

 

La distanza che mi separa da Marrakesh richiede almeno due giorni di bicicletta. Ritorno a pedalare in pianura dopo tanto tempo e proseguo senza particolari sussulti o spunti particolari ad eccezione dell’ultima pioggia. Poco prima dell’ingresso in città le strade sono completamente allagate a causa di quello che probabilmente è stato un vero e proprio nubifragio.

Passata la burrasca entro a Marrakesh

 

L’entrata non è quindi stata trionfale, è mancata la ciliegina su una torta che in realtà è stata veramente ricca e gustosa. Il Marocco in bicicletta mi ha stupito in maniera inaspettata, per varietà di paesaggi e climi. Dal deserto arido e desolato, alla montagna verde e alpina, dai marcati segni dell’abbronzatura, alla berretta di lana per la neve. Non è mancato nulla e nulla di più avrei da chiedere al Marocco in bicicletta.

A Marrakesh traffico, ma anche piste ciclabili

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